Sellano

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sellanoComune di Sellano
Altitudine: 640 m s.l.m.
Superficie: 85,54 km²

Le raspe. Artigianato ed uso delle risorse
La zona del sellanese è da tempo rinomata per la produzione delle lime e delle raspe, prodotte a mano con un sistema di lavorazione che si tramanda da secoli; quest’attività è documentata fin dal settecento ed impegnava gran parte degli abitanti delle frazioni di Villamagina, Casale, Ottaggi e San Martino. Il deschetto di legno utilizzato per l’intaglio (“la picchettatura”) delle lime e delle raspe era presente in quasi tutte le case e tutti i componenti della famiglia lo adoperavano. Nella metà dell’Ottocento si contavano nella zona una ventina di imprese artigiane che forgiavano e commercializzavano i manufatti, con una produzione di oltre 12.000 dozzine di lime e raspe e circa 24.000 dozzine di altri attrezzi metallici per lavori agricoli. Un tempo nella zona si svolgeva l’intero ciclo di produzione: dall’estrazione del ferro nelle miniere di Monte Birbone e di altre zone circostanti, ad una prima lavorazione nelle ferriere di Monteleone o di Scheggino, chiuse dopo il disastroso terremoto del 1703, alla forgiatura e
produzione degli utensili nel sellanese. La tradizione vuole che siano stati alcuni religiosi ad insegnare agli abitanti della zona quest’arte, i quali preoccupati che la ricchezza ricavata potesse allontanarli dalla fede, invocarono anche la maledizione per cui nessuno potesse arricchirsi con tale attività.

Le barrette di ferro dolce, prodotte in fonderia, vengono riscaldate alla forgia in modo da essere sagomate nella dimensione e nella forma voluta. La successiva “arricciatura”, realizzata con uno scalpello di acciaio, richiede una particolare abilità; viene eseguita su un deschetto ricavato da un tronco d’albero su cui viene infisso un blocco di piombo, rivestito con strisce di cuoio, per appoggiare le raspe e tenerle ferme, senza rovinare i denti già formati quando si lavora l’altra faccia.
La lavorazione manuale distribuisce in modo irregolare le punte sulla superficie delle raspe e questo costituisce il maggior pregio dell’utensile, perché garantisce una perfetta levigatura dei materiali, rispetto alle raspe prodotte meccanicamente che, presentando tutte le cuspidi disposte in fila, lasciano invece i segni dell’abrasione.

Nel 1945 nel Comune di Sellano è stata fondata la Società Cooperativa Artigiana di Villamagina, che ha cercato di salvaguardare la produzione ed il commercio delle lime e delle raspe e fino ad epoca recente contava 11 soci ed impegnava 19 dipendenti, ma le difficili condizioni di lavoro e l’agguerrita concorrenza del mercato internazionale hanno da tempo provocato la crisi di questa attività, che un tempo era un’integrazione economica di rilievo per gran parte delle famiglie della zona.

IL LUOGO DELL’ECOMUSEO
Sellano è un castello di poggio del secolo XII, a quota 640 m. s. l. m., in posizione dominante sulla valle del Vigi, le cui origini, che si perdono nella leggenda, sono dovute forse alla tribù romana dei Syllinates ricordata da Plinio o addirittura ai seguaci di Lucio Cornelio Silla, che sembra lo fondarono nell’84 a. C., dandogli il nome del loro capo.
Fu comunque certamente un vicus romano, documentato dal rinvenimento di alcune epigrafi; successivamente una curtis longobarda con intorno alcune celle monastiche benedettine, poi possedimento feudale ed infine libero comune, sebbene sotto la sudditanza della città di Spoleto, lungamente conteso dalla Curia imperiale.
Sellano, insieme con altri castelli del zona, appartenne quindi al distretto di Spoleto ed il suo territorio era diviso in tre “vaite”: Pieve, San Pietro e San Silvestro.
Lo stemma del comune raffigura san Michele Arcangelo in piedi sopra una sella, che molto semplicemente dà una spiegazione sull’origine del suo nome, in quanto il paese si trova costruito sopra la sella di un colle.
Negli ultimi anni del governo pontificio a Sellano vennero uniti anche i territori di Apagni, Postignano, Cammoro, Orsano e Montesanto, i quali non avevano abitanti sufficienti a mantenere la propria autonomia.
L’attività laboratoriale dell’antenna di Sellano è orientata alla salvaguardia delle tecniche di produzione, per non mandare dispersi dei saperi che si sono tramandati da secoli e che tutt’ora, ben orientati, hanno una importante valenza economica.
Inoltre assolve il compito di ricercare, documentare e classificare l’insieme degli utensili in uso nel mondo agricolo ed artigianale, raccolti spesso in improbabili mostre sulla “civiltà contadina”.
La frazione di Villamagina che si incontra lungo la strada statale per Foligno è retaggio di una villa fortificata anche se non c’è nessuna traccia di mura, porte e fortificazioni.
L’insediamento, originario del sec. XVI, è raggruppato in due distinti nuclei, il primo nella collinetta che sovrasta l’abitato, il secondo, più recente, si trova intorno alla chiesa parrocchiale di san Silvestro.
E’ in questa frazione che i tanti lavoranti domestici delle lime e delle raspe hanno costituito una vera e propria industria.
La Cooperativa di Villamagina è rimasta l’unica impresa italiana ad operare in questo campo e produce raspe tonde, piane, birolere e raspe speciali per ebanisti, orafi, mobilieri, scultori, calzolai, vetrai, maniscalchi, lavagnari, che ancora oggi richiedono prodotti artigianali di alta qualità.

UNA ECCELLENZA LOCALE
IL CASTELLO DI POSTIGNANO

Castello di pendio che sorge a 597 m. s. l. m. con impianto triangolare, sorto lungo un antico percorso montano che congiungeva Sellano con Spoleto, in posizione dominante sia sulla valle del Vigi, che su quella del torrente Argentina. Il castello, abbandonato negli anni sessanta del secolo scorso a causa di movimenti franosi, è al momento oggetto di un grande progetto di ristrutturazione che valorizza tutti gli aspetti urbanistici e costruttivi dell’insediamento, dalla torre pentagonale di vedetta, al cassero, alla chiesa parrocchiale, ai tratti delle mura perimetrali, recuperando tutto il patrimonio edilizio esistente allo scopo di realizzare un albergo diffuso, strutture per il gioco del bridge, locali per vendite di prodotti tipici e laboratori per artigianato di qualità.
Il nome del paese, che significa “dopo il fuoco”, ricorda quasi sicuramente le avvenute ricostruzioni dei castelli, costituitisi in liberi comuni, dopo le distruzioni delle rocche feudali, alla fine del secolo XII. In prossimità del castello si trova anche un antico mulino idraulico funzionante, risalente al secolo XVI che comprendeva un tempo anche una gualchiera e una tintoria di stoffe.
Postignano fa parte di un nutrito gruppo di paesi che, a causa di avverse condizioni naturali, come terremoti, smottamenti, frane o per posizioni impervie, difficilmente raggiungibili, hanno subito un progressivo spopolamento fino al completo abbandono.
I “paesi abbandonati” nel loro insieme costituiscono un fenomeno che pur essendo stato più volte analizzato, andrebbe ulteriormente approfondito per poter mettere in atto azioni di tutela, in quanto i tessuti urbanistici, per quanto ridotti allo stato di rudere, mantengono intatte caratteristiche che si sono perse, a causa delle continue ristrutturazioni, nei centri maggiori. Per citare quelli più significativi basta ricordare: Biselli, Onde, Argentigli e Belvedere a Norcia, Chiavano, Castel Santa Maria e Civita a Cascia, Roccagelli e Forca a Vallo di Nera, Castel del Monte, Raischio e Sensati a Spoleto.
Un fenomeno che si è sviluppato su tutta la dorsale appenninica, in età comunale, è quello dei paesi inerpicati, che costituiscono tutt’ora lo schema base del paesaggio. Si assiste, a partire dal secondo millennio, ad una specializzazione urbanistica e sociale degli insediamenti che assumono una diversa forma a seconda che si tratti di castelli o di ville. I primi con funzione di protezione del territorio, posti in luoghi di difficile accesso, cinti di mura con strette porte d’ingresso, dove gli abitanti si dedicano prevalentemente ad attività silvopastorali.
Generalmente i castelli erano arroccati in posizioni dominanti ed erano definiti di poggio, se occupavano la sommità di un colle, e di pendio, se invece erano addossati alla china di un rilievo.
Le ville, al contrario, sono disposte nelle pianure o negli altopiani, al centro di aree agricole intensamente coltivate, si aprono sulle coltivazioni senza alcun impedimento urbanistico e si sviluppano lungo le vie di comunicazione. Gli abitanti di questo tipo di insediamento sono perlopiù dediti all’agricoltura, all’artigianato ed al commercio.

UNA ECCELLENZA TEMATICA
LE FERRIERE DI MONTELEONE DI SPOLETO E SCHEGGINO

La dorsale montuosa del Coscerno-Aspra era un tempo molto ricca di giacimenti minerari, soprattutto di ferro, che venivano sfruttati con l’estrazione. Grazie a questo minerale gli abitanti del posto potevano permettersi sin dall’antichità di realizzare degli strumenti da lavoro e oggetti utilizzati nei diversi mestieri artigiani.
Ma fu soltanto nel secolo XVII, con l’apertura della “Strada del Ferro”, una via fatta aprire dal papa Urbano VIII e dal potente cardinal Fausto Poli per collegare la Flaminia con Monteleone, Cascia e Norcia, che si poterono realizzare dei veri e propri opifici, strategici per i rifornimenti dello Stato Pontificio.
L’impianto per la lavorazione del ferro di Scheggino è ancora riconoscibile in alcuni edifici del posto, ora trasformati in abitazioni. La ferriera utilizzava l’acqua del fiume Nera attraverso un canale di derivazione. La tradizione locale vuole che alcune cancellate del Pantheon e di San Pietro a Roma siano state realizzate in questa officina.
Presso il ponte delle Ferriere di Monteleone di Spoleto, che si trova lungo la strada Cascia – Leonessa, era situata la ferriera di Monteleone, che utilizzava l’acqua del Corno per lavare il materiale ferroso prima della lavorazione.
Degli impianti restano soltanto dei ruderi in quanto le frequenti inondazioni del fiume, che creavano di continuo gravi danni all’opificio, indussero ad abbandonare l’impresa.
L’arma di papa Urbano VIII, che un tempo si trovava lungo la via Flaminia, stava ad indicare l’inizio della strada fatta realizzare per Monteleone, Cascia e Norcia, detta la “Via del Ferro”.
In occasione dell’apertura delle Ferriere di Monteleone di Spoleto nel 1642 venne coniata da parte di papa Urbano VIII anche una medaglia commemorativa, a testimonianza della grande importanza data allo sfruttamento delle risorse minerarie locali.