Scheggino

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schegginoComune di Scheggino
Altitudine: 640 m s.l.m.
Superficie: 85,54 km²

Il Tartufo. La conservazione dei prodotti alimentari
Fra i prodotti alimentari più apprezzati e conosciuti della zona, c’è il tartufo nero, una prelibatezza che figurava sempre nelle tavole dei ricchi e dei potenti, ora utilizzato in tutte le varianti della cucina moderna. La preziosità del tartufo ha fatto sì che esso abbia goduto fin dai tempi più antichi di una particolare attenzione, tanto da essere oggetto di norme statutarie dei comuni medievali. Per la tutela e il mantenimento della produzione si stabiliva tra l’altro che per la raccolta ci fossero addetti specializzati, i “cavatori” o “tartufai”, norma in parte disattesa dalle recenti leggi in materia, che ha causato, a detta dei meglio informati, l’impoverimento della raccolta. Le tartufaie quasi sempre rientravano nell’ambito degli usi civici e come tali venivano appaltate dalla Comunità, che spesso utilizzava i proventi per scopi sociali: sono documentati pagamenti per il medico, per la levatrice e per il veterinario. In ambito nursino titolari dell’appalto erano i parroci che incassavano direttamente, per gli usi della chiesa, i guadagni. Una consuetudine valida in tutto il territorio ed in parte tuttora viva è quella di stabilire il prezzo dei tartufi il giorno della fiera di Santa Caterina, a Sellano, il 25 novembre. Il tartufo nei tempi passati aveva come limite la difficoltà della conservazione e solo alla fine del secolo XIX furono approntati sistemi di lunga conservazione, che trovarono a Scheggino imprenditori disposti ad investire sul settore delle conserve alimentari.

I Tartufi sono i funghi sotterranei, che vivono in simbiosi con altre piante, le quali forniscono le sostanze per il loro sviluppo. Le zone dove crescono i tartufi vengono definite tartufaie e si trovano principalmente al margine fra le aree coltivate e le zone boscose, a contatto con le radici di querce, noccioli, carpini ed altre essenze arboree o arbusti come il ginepro, la ginestra ed il cisto.

Le varietà di tartufo presenti nel territorio dell’ecomuseo sono: il tartufo nero pregiato (Tuber melanosporum), prodotto di eccellenza molto ricercato e di difficile reperimento; il tartufo nero estivo (Tuber aestivum) meglio conosciuto con il nome di “scorzone” per la sua scorza ruvida, il tartufo bianchetto o “Marzuolo” (Tuber albidum), il tartufo nero invernale di Norcia (Tuber brumale) e il tartufo Uncinato (Tuber uncinatum Chatin).

L’apprezzamento del gusto del tartufo da parte del pubblico dei consumatori ha fatto si che il prodotto fosse utilizzato in combinazione con i più disparati ingredienti, nei liquori, nei formaggi, nelle paste alimentari, nel cioccolato. La richiesta di tartufi durante tutto l’arco dell’anno ha fatto si che si sviluppasse una tecnologia di conservazione commerciale fondata sul sottovuoto.

IL LUOGO DELL’ECOMUSEO
Scheggino è un castello di pendio a forma triangolare, con in cima un cassero e una torre di avvistamento, sorto sulla riva sinistra del Nera, a 281 m. s.l.m., a guardia dell’antica strada e di uno dei pochi attraversamenti del fiume. Il suo nome si deve probabilmente alla conformazione del terreno su cui è sorto, con la presenza di molte rocce in forma di schegge.
Il suo nucleo originale è del secolo XIII, quando alla preesistente torre si cominciarono ad addossare le case dei rifugiati, provenienti dal distrutto castello feudale di Pozzano, situato nelle vicinanze.
Nell’abitato si può individuare la parte più antica, in alto, detta “Capo la terra”, cinta dalla prima cerchia di mura e per la maggior parte diruta, l’espansione dei secoli XIV e XV, più a valle, il borgo del secolo XVI, lungo il canale di adduzione del mulino, e l’espansione al di là del fiume dei secoli successivi.
L’antenna dedicata al tartufo trova spazio in una pertinenza di Villa Poli, una residenza signorile che veniva utilizzata fra l’altro, dal cardinale Fausto Poli e da altri importanti personaggi della corte papale di Urbano VIII, come luogo di sosta nei frequenti spostamenti da Roma alle diverse località della Valnerina.
L’antenna di Scheggino riversa l’attenzione ai temi del tartufo, della tartuficoltura e del mercato dei prodotti alimentari.
Le attività laboratoriali sono rivolte alla conoscenza dei modi e dei tempi di raccolta dei prodotti spontanei del bosco e del sottobosco, con particolare attenzioni ai funghi. Inoltre viene sviluppato l’argomento delle tecniche di conservazione dei prodotti alimentari per uso domestico.
Il tematismo dell’antenna di Scheggino è coerente con una tradizione di industria conserviera che ha visto imprenditori locali occupare una posizione di rilievo internazionale nel campo della lavorazione, conservazione e commercializzazione del tartufo.

UNA ECCELLENZA LOCALE
IL PARCO DI VALCASANA
Alle porte di Scheggino si trova il parco di Valcasana, una vasta area verde, ricca di acque, dotata di strutture di accoglienza e per il tempo libero, meta di rilassanti passeggiate.
La presenza delle acque si deve alle risorgive sfruttate sin da antica epoca per l’allevamento delle trote, tanto che lo Statuto di Scheggino del 1561 menziona tra i prodotti tipici locali i tartufi, le palombe e le trote.
A testimoniare questa attività ci sono ancora i resti di un’antica peschiera adibita all’allevamento delle trote, dell’anguille e dei gamberi, che si estendeva dai pressi della “Fiumarella” fino alla parete rocciosa della montagna. Le antiche strutture sono state poi sostituite, nel corso del secolo scorso, da un laghetto per la pesca sportiva e da altre vasche per l’allevamento del pesce.
Nelle acque dei fiumi della Valnerina e della Valle del Menotre attualmente si pratica la pesca sportiva ed in alcuni tratti quella a basso impatto denominata “no kill”.
Nelle epoche passate pescare era considerata una vera e propria professione e veniva effettuata con strumenti appositamente costruiti per la cattura dei pesci e dei gamberi. Particolarmente elaborate erano le nasse, trappole di giunco che imbrigliavano le trote e le arelle, rudimentali bilance con le quali venivano adescati i gamberi.
Le acque erano popolate dalla trota fario, ancora presente, e da gamberi, anguille, vaironi, barbi e granchi, tutte specie ora scomparse.
La sorgente di Valcasana è una delle tante vene del sistema delle acque della Valnerina. Il bacino imbrifero fa capo ai fiumi Corno, Sordo, Nera, Vigi e Tessino. Le acque dei fiumi, un tempo copiose, erano utilizzate solo per le esigenze locali, ora con le captazioni per gli acquedotti di città umbre, l a z i a l i e ma r chigi ane , i f iumi v edono continuamente diminuita la loro portata.
Rilevante è la quantità di acqua prelevata per rifornire il lago di Piediluco e la sottostante centrale idroelettrica di Galleto a Terni. Importante è anche la captazione di acque minerali per uso commerciale.
Il parco di Valcasana è sovrastato dalla torre di Scheggino che fa parte di un ampio sistema di torri di avvistamento di origine feudale poste a sentinella della Valle del Nera e di quelle degli affluenti. Con il sistema della triangolazione visiva da un lato all’atro dei versanti delle valli, si poteva, in pochissimo tempo far correre informazioni difensive e strategiche per tutto il territorio.
La presenza delle torri è una testimonianza di reciproca lealtà di tutti i comuni delle valli, che smentisce, almeno in parte, la litigiosità e il fenomeno del campanilismo che ha caratterizzato successivamente, e che in parte ancora oggi caratterizza, i rapporti fra le comunità locali.

UNA ECCELLENZA TEMATICA
LA RACCOLTA DEI TARTUFI
Il cavatore necessita, come unico strumento, di uno “zappetto”, ma il contributo fondamentale nella ricerca lo svolge il cane. E’ grazie infatti al fiuto, orientato con un addestramento fin da cucciolo, di questo animale che si può individuare il punto dove scavare per trovare il tartufo maturo.
Non esiste una razza di cane specializzata alla ricerca, anzi vengono addestrati soprattutto i bastardini” cani di piccola taglia che restituiscono al cavatore il prezioso tubero in cambio di una modesta ricompensa alimentare.
Prima dell’utilizzo del cane, il tartufo maturo veniva individuato dalla presenza della cosiddetta mosca bianca o del tartufo, l’Anisotoma Cinnamomea, che per depositare le uova predilige i luoghi nelle cui vicinanze si trovano tartufi maturi. Una alternativa nella raccolta del tartufo, nei tempi passati, è stata la ricerca con l’ausilio del maiale, animale ghiotto di questo frutto della terra.
In diversi paesi della Valnerina un tempo c’era l’usanza di allevare un maialino detto di sant’Antonio a cui veniva posto un campanello al collo e a cui tutti davano da mangiare, poi in occasione della festa del Santo, il 17 gennaio, il maiale veniva sacrificato e mangiato durante un pranzo rituale.
L’immagine di questo maiale, desunta da un affresco di santa Maria di Vallo di Nera, è stata scelta come logo dell’Ecomuseo della Dorsale Appenninica Umbra.
La raccolta con il maiale aveva come limite la difficoltà di addestramento e si correva quindi il rischio che l’animale mangiasse i tartufi. Per questo motivo ai maiali destinati alla ricerca del tartufo veniva messo nel naso un anello di ferro, in modo che l’animale, una volta individuato il tartufo, non potesse grufolare e scavarlo.
Il maialino è uno degli attributi che identifica sant’Antonio abate, santo particolarmente venerato in tutto il mondo agricolo e riconosciuto protettore degli animali. Quasi sempre, nell’iconografia tradizionale, il santo viene rappresentato in compagnia di un maialino.
Nelle rappresentazioni pittoriche della Valnerina, a partire dal secolo XIV, spesso viene effigiato a fianco del santo un maialino nero cintato, razza denominata “cinturino” specifica dell’entroterra umbro.
Anacoreta del deserto egiziano, Antonio è considerato santo benedettino, anche se vissuto tre secoli prima di Benedetto da Norcia e protettore del monachesimo in generale.
Questo patronato è dato dal fatto che sant’Antonio fu propugnatore del “cenobio” ossia della vita comunitaria e regolata dei monaci. Una delle maggiori rappresentazioni pittoriche della vita di sant’Antonio si trova a Cascia, nell’omonima chiesa, opera di un’equipe di pittori umbri, attivi allafine del secolo XIV.