MONTELEONE DI SPOLETO

IL LUOGO DELL’ECOMUSEO
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Monteleone di Spoleto è costituito da un castello di poggio sovrastante la valle del Corno, edificato a 978 m. s. l. m. e risalente al 1265, quando fu fondato al posto di alcune rocche feudali circostanti, attualmente distrutte.
Il paese ha avuto poi una successiva espansione con il borgo, iniziata nel secolo XV e caratterizzata da edifici a schiera delimitati da strade ortogonali, poi inglobati nella seconda cerchia di mura, quando fu diviso nei rioni di san Nicola, santa Maria e san Giacomo. La denominazione gli deriva dalla morfologia che ricorda un leone accovacciato, animale presente anche nello stemma comunale.
La leggenda attribuisce la sua fondazione ad alcuni nobili componenti della famiglia dei Tiberti, antichi feudatari dei territori del gastaldato longobardo Equano; divenne in breve libero comune, in posizione strategica ai confini con il regno di Napoli.
La sua importanza si deve alla presenza di alcuni giacimenti minerari di ferro, con conseguenti attività estrattive ed opifici per la lavorazione, unici un tempo in tutto lo Stato Pontificio.
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La chiesa conventuale di san Francesco è la più importante di Monteleone; la sua origine si fa risalire alla fine del secolo XIII, ad opera dei frati francescani che la edificarono sopra un insediamento benedettino già dedicato alla Madonna, inserita in un complesso che comprende i locali dell’ex convento e le due cappelle della Madonna della Concezione e di sant’Antonio.
La facciata è ornata da un portale ogivale; l’interno conserva affreschi dei secoli XIV, XV e XVI, tele seicentesche, sculture, lapidi varie ed un organo del secolo XVII.
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All’interno del complesso di san Francesco trova la sua collocazione l’antenna dell’Ecomuseo della Valnerina dedicata al farro, al paesaggio agrario e alle produzioni agricole di qualità della dorsale appenninica umbra.
L’attività laboratoriale è rivolta all’analisi del paesaggio agrario, delle sue trasformazioni e soprattutto alla coltivazione, conservazione ed utilizzo dei prodotti tipici locali.
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UNA ECCELLENZA LOCALE
LA BIGA DI MONTELEONE

La biga di Monteleone di Spoleto è un antico reperto del VI secolo a. C., tornato alla luce nel 1902, in località Colle del Capitano e ritrovato all’interno di una tomba a tumulo. Essa fu rinvenuta insieme ad altri oggetti rituali ed ai corpi di un uomo e di una donna.
La biga è realizzata in legno di noce, interamente ricoperto di lamine in bronzo dorato e decorata con raffinate figurazioni a sbalzo, principalmente nei tre pannelli arrotondati del corpo centrale, dove si vedono alcune scene della vita di Achille.
L’importante reperto presenta tratti assimilabili alla cultura greca ed etrusca anche se l’ambito del ritrovamento attiene alla cultura umbroitalica, che proprio in queste zone ha avuto il suo sviluppo.
Il carro rientra in quella serie di oggetti di tipo sontuoso che avevano una funzione puramente rappresentativa; carri del genere erano infatti utilizzati solamente nelle parate e nei cortei trionfali ed accompagnavano nella tomba i loro possessori.
L’importante reperto è attualmente conservato presso Metropolitan Museum of Art di New York , mentre a Monteleone di Spoleto è esposta una copia, realizzata in epoca recente, nei locali del complesso architettonico di san Francesco.
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La storia del ritrovamento della biga ha assunto via via contorni leggendari. Dati certi sono l’anno del rinvenimento, il 1902, il luogo, l’aia di casale Colle del Capitano e il fortuito scopritore, il contadino Isidoro Vannozzi.
Quest’ultimo, dovendo realizzare un’aia davanti al casale, mentre procedeva nei lavori di scavo, si trovò, a causa di un improvviso crollo, alla presenza di un grande ambiente, che subito individuò come tomba.
L’interno era stracolmo di oggetti, alcuni dei quali la famiglia del contadino cercò maldestramente di riutilizzare come teglie da forno, che essendo di bronzo fondevano.
Su tutto spiccava un carro a due ruote con delle belle scene che alla luce del sole mandavano riflessi d’oro.
Altrettanto leggendari sono i successivi passaggi di mano della biga, da Monteleone a New York.
Isidoro Vannozzi dette notizia del ritrovamento e della sua disponibilità ad una eventuale vendita alla fiera di “Sienti ‘n può’” a Norcia.
Il giorno dopo il rigattiere Petrangeli di Norcia andò a Colle del Capitano e acquistò tutto il materiale rinvenuto. Isidoro Vannozzi con il ricavato poté sistemare il casale e provvedere il tetto di nuovi coppi. Una parte dei materiali furono esposti per diverso tempo presso la bottega di un barbiere di via del Corso a Roma. La notizia del ritrovamento giunse fin in Parlamento, dove l’onorevole Carlo Schanzer, deputato per l’Umbria, fece una interpellanza per l’acquisto. Il crollo del campanile di san Marco a Venezia dirottò tutti i fondi ministeriali e l’acquisto non venne più effettuato.
Bruschi, antiquario fiorentino ne approfittò, acquistando i materiali archeologici e rivendendoli ad un antiquario di Lione e questi al procuratore del Metropolitan Museum.
I prezios i mater ial i , compresa la biga, opportunamente smontata, arrivarono in America dentro barili di grano. Il comune di Monteleone ha da alcuni anni intrapreso una causa internazionale contro il Museo americano per esportazione illegale.
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UNA ECCELENZA TEMATICA
I PRODOTTI TIPICI
La coltivazione di alcuni prodotti tipici della Valnerina avviene principalmente negli altopiani di montagna, dove la povertà della terra ed il clima difficile conferiscono a questi alimenti un valore aggiunto dato dalle straordinarie qualità climatiche e dalla sapienza dei metodi di coltivazione.
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In tutto il territorio della Valnerina viene prodotta la lenticchia di alta qualità, anche se la più conosciuta è quella di Castelluccio di Norcia.
La qualità di questo legume dipende dalle caratteristiche pedologiche dei terreni, ma soprattutto dalle condizioni climatiche derivanti dall’altezza sul livello del mare.
La lenticchia di Castelluccio, riconosciuta con il marchio IGP, coltivata a 1400 metri di altezza, origina semi la cui caratteristica è quella di essere piccoli, inattaccabili dai parassiti e che hanno conquistato una larga rinomanza per il sapore e la facilità di cottura. Riconosciuto simbolo di abbondanza, la lenticchia viene tradizionalmente consumata la sera di Capodanno.
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Lo zafferano di Cascia, zafferano purissimo dell’Umbria, è una spezia inserita nell’elenco dei prodotti tradizionali della regione. La coltivazione di questa spezia viene svolta interamente a mano su terreni particolarmente drenati. Nel mese di ottobre si raccolgono i fiori dai quali mediante la sfioratura si ricavano gli stimmi che, essiccati alla brace, costituiscono la spezia. Da sempre lo zafferano è stato equiparato, per la preziosità ed il valore economico, all’oro.
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Una varietà di fagioli che è stata riscoperta solo recentemente e che comincia ad avere una buona produzione e mercato, anche per sue ottime qualità, è quella de “le monichelle”. Si tratta di un rarissimo fagiolo di origine andina, dal pigmento bianco con macchie scure che ricordano l’abito di alcuni ordini di religiosi. Di facile cottura e di molto buon gusto è stato rinvenuto fortunosamente nella zona del vissano ed è stato reimpiantato grazie a ricercatori del CEDRAV.
La roveja è un pisello selvatico molto raro la cui coltivazione può avvenire in alta montagna in aree al disopra dei mille metri.
Questa inerzia alimentare si è conservata in quanto cibo rituale della comunità di Castelluccio nel periodo quaresimale. L’utilizzo tradizionale, nella pietanza della “farrecchiata” è sotto forma di farina cotta a polenta condita con olio, aglio e acciughe, ma si fa apprezzare, nelle moderne rielaborazioni, anche cucinata intera.
Il nome locale del legume è quello di “roveja”, ma è detto anche “rubilia” o “corvello” ed è ora coltivato anche nel territorio di Cascia; recentemente è divenuto presidio Slow Food.